KATA

I Kata contengono l’essenza e hanno rappresentato, da sempre,lo strumento per catalogare, conservare e trasmettere il contenuto tecnico di ogni stile e scuola. Essi non sono una caratteristica del solo karate ma si ritrovano in tutte le arti marziali orientali. Si potrebbe affermare che siano combattimenti immaginari contro più avversari, ma ciò sarebbe oltremodo riduttivo: infatti essi sono uno dei migliori mezzi didattici per il corretto apprendimento ed il costante miglioramento dei principi basilari delle arti marziali, sia per le tecniche che racchiudono, sia per i tempi e le pause che le legano tra loro armoniosamente. Sono cioè dei modelli composti da gesti formalizzati e codificati, con lo scopo di sincronizzare e fondere corpo e mente, ai fini della realizzazione del DO, la “via al completamento della propria personalità”. Affrontando un discorso più generale, bisogna ricordare che i kata insegnati oggi nascono da una versione riveduta di forme cinesi preesistenti, spesso anche profondamente, con prevalenti combinazioni di parata e contrattacco in due movimenti separati, almeno in apparenza, al contrario delle tecniche originali che, con maggior evidenza, le fondevano in un’azione unica.
La “traduzione” okinawense di questi kata ha inoltre portato ad un maggior utilizzo del pugno piatto (seiken), mentre nel kung-fu si impiegavano tutti i modi possibili di atteggiare la mano. La semplificazione derivata da queste rielaborazioni è solo esteriore, talvolta dettata dalla necessità di “occultare” le tecniche reali, poiché queste forme, spesso molto antiche, sono giunte fino a noi intatte nella sostanza, anche se sono sempre esistite molte altre cause di variazioni tecniche. Una di queste è la grandissima varietà di interpretazioni stilistiche date dalle diverse scuole. Questo fatto è comprensibile se si pensa che i kata sono sempre stati tramandati oralmente e che il karate, come il kung-fu da cui discende, tende a scindersi continuamente in stili diversi.
Ma la causa principale risale alla nascita stessa del karate ed è la trasmissione “criptata” di molte tecniche, celate cioè da un “codice”, nell’intenzione di dissimularle ad un potere oppressivo o, più semplicemente, ai concorrenti. Questo codice era conosciuto dal maestro, il quale lo insegnava esplicitamente solo ai suoi allievi “interni” e non a quelli “esterni”. In questo modo molti kata sono stati tramandati in almeno due versioni: una legata ad una interpretazione tecnica più esteriore e pragmatica ed un’altra contenente l’essenza reale della forma, non solo nella corretta applicazione di ogni movimento ma soprattutto nello spirito. I kata vennero mimetizzati in danze innocue, nel periodo in cui ad Okinawa vigeva la proibizione di praticare le arti marziali.
Vi sono dei punti che caratterizzano l’esecuzione di un kata. Ogni kata inizia e finisce col saluto (rei). L’inchino testimonia un mutato atteggiamento mentale dell’esecutore, che da quel momento esprime tutta la sua forza interiore. Tale stato di massima attenzione (zanshin) si evidenzia in particolare al momento del saluto e del Kiai (grido).
Tutte le tecniche devono essere sostenute dal corretto uso della respirazione e della contrazione addominale che, in particolari momenti esplodono nel kiai. Dimenticare il grido o eseguirlo fuori tempo è indice di emotività, ed è un errore.
I kata si sviluppano su di un tracciato determinato (embusen); se spostamenti e cambi di direzione vengono eseguiti correttamente, il punto di arrivo del kata corrisponde a quello di partenza. Ogni praticante deve individuare un tukui kata (forma preferita), scelto in funzione dell’obiettivo da raggiungere: esame, gara o miglioramento tecnico. Il tukui kata deve quindi cambiare nel tempo per le diverse fasi di evoluzione del praticante.